Visita a Nardò - Un primo Itinerario (parte seconda)

Sulla sinistra dell'Osanna (in gergo lu Sannà) vi è la chiesetta della Carità, oggi chiusa ed assediata da esercizi commerciale, che secoli addietro fungeva da cimitero di Nardò. Entrando da Porta San Paolo si è subito in piazza Tre Palme da cui svoltando a sinistra ci si può dirigere verso la Chiesa di S. Antonio da Padova costruita nel 1499 sui resti di una sinagoga; siamo infatti in quello che era il quartiere ebreo di Nardò tramandato come "La Giudecca". La Chiesa ha anch'essa un aspetto esterno semplice e quasi anonimo mentre racchiude al suo interno un pregevole insieme architettonico dato dall'artistico soffitto a cassettoni lignei in noce dal muro che si staglia dietro l'altare maggiore bronzato e adorno di decorazioni e stucchi barocchi contornato da quattro colonne; di pregevole valore artistico la statua in legno del Santo che dà il titolo alla chiesa risalente al 1514 e realizzata dall'architetto Stefano da Putignano, il Crocifisso e le due statue di S. Giovanni e della Madonna di scuola veneziana del 1600. Nella Sacrestia alle spalle dell'altare maggiore si può ammirare il Cenotafio degli Acquaviva eretto nel 1545 in memoria di Belisario I e di Giovan Bernardino, in pietra leccese il monumento è ricco di decorazioni e pannelli raffiguranti scene di vita degli uomini cui è dedicato ed è ornato da quattro statue femminili raffiguranti le quattro virtù cardinali e da due guerrieri che sorreggono la tomba e gli scudi con le insegne della famiglia Acquaviva. Accanto alla chiesa sorgeva il convento dei frati minori oggi abbattuto, dopo essere stato sede dell'ospedale, anche se sopravvive il chiostro annesso ad una sala conferenze ricavata in tempi recenti. Tornando in piazza Tre Palme si imbocca corso Vittorio Emanuele e dopo pochi metri si giunge alla chiesa della B. Vergine del Carmelo addossata al chiostro e al convento dei Carmelitani, questi ultimi sono in pessimo stato di conservazione per essere stati adibiti, nel corso dell'ultimo secolo (da quando furono incamerati al patrimonio dello stato dalle leggi Siccardi), agli usi più disparati: Carcere, mercato ortofrutticolo, caserma dei Carabinieri, sede di varie scuole. E' pronto un organico progetto di restauro redatto dalla soprintendenza ai Beni Culturali ma l'operatività è rimandata al reperimento dei fondi. La Chiesa mantiene la sua struttura pur essendo stata totalmente distrutta durante l'assedio francese, ricostruita nel 1532, nuovamente rifatta nel 1754 dopo il tremendo terremoto del 20 febbraio 1743; caratteristica la porta d'ingresso che vede ai lati due leoni che in atteggiamento feroce sembrano proteggere l'edificio, al suo interno l'architettura dominante è il barocco del settecento cui fa riferimento anche il coro in legno che è collocato dietro l'altare centrale. Nella chiesa sono conservate le tele del neritino Donato Antonio d'Orlando raffigurante S. Eligio e del copertinese Gianserio Strafella che raffigura la Deposizione di Cristo. Risalendo per corso Vittorio Emanuele si trova sulla sinistra il Teatro Comunale costruito nel 1893 dall'ing. Quintino Tarantino sul modello del napoletano Teatro S. Carlo, con due ordini di palchi più il loggione dotato della particolare caratteristica di avere il piano del palcoscenico e quello della platea che potevano allinearsi grazie ad un complesso sistema di carrucole; in questo modo si permetteva al teatro, relativamente piccolo tanto da meritare l'appellativo di bomboniera, di essere anche sede di feste danzanti e veglioni carnevaleschi. Riprendendo corso Vittorio Emanuele si è subito in Piazza Calandra; a sinistra il vecchio Palazzo Municipale oggi sede del Tribunale, costruito nel 1612. Il Palazzo ha il prospetto diviso su due livelli: inferiormente un alto porticato ad archi stretti sorretti da sei colonne eleva il piano superiore su cui si aprono finestre festonate da decorazioni ed una loggia centrale mentre sul lato sinistro del Palazzo vi è la Torre dell'Orologio risalente al 1598. Separata da una strada, sul lato della chiesa di San Domenico vi è la Fontana del Toro risalente alla fine degli anni Trenta che celebra la leggenda della fondazione della città. Completano il perimetro della piazza la Chiesa di S. Trifone e il Sedile, già sede della Magistratura della Città con funzione di Arengo, poi ospitante la guardia borbonica e quindi quella nazionale; l'edificio risale al 500 con l'aggiunta di elementi settecenteschi ed è sormontato da tre statue: quella centrale di San Gregorio Armeno l'Illuminatore, patrono della città, e quelle laterali dei due comprotettori S. Antonio da Padova e S. Michele Arcangelo. Ma a dominare la piazza è soprattutto la guglia dell'Immacolata, dai neritini detta la Colonna, innalzata nel 1769 per ringraziare dello scampato pericolo del terremoto, già citato, del 1743. Essa racchiude l'essenza stessa della piazza attraendo a se l'interesse dell'osservatore. Costruita in puro stile barocco, a pianta ottagonale, alta 19 metri, in carparo con cinque suddivisioni verticali porta alla sommità la statua della Madonna Immacolata cui fanno ornamento negli ordini inferiori le quattro statue di S. Giuseppe, S. Domenico, Sant'Anna, S. Giovanni Battista. Piazza Calandra fulcro, fino a qualche lustro addietro, della vita cittadina proprio per questa ricca dotazione di elementi architettonici di gran pregio ha strappato l'ammirazione di numerosi osservatori spingendo addirittura Giovanni Ansaldo, uno dei più grandi giornalisti italiani della prima metà del novecento, a definirla "La più bella piazza del Salento".

Graziano De Tuglie

 
   
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