|
L'allattamento
nella medicina popolare
di
Marcello Gaballo
Le
madri che non avevano latte da dare ai figlioletti appena nati
ricorrevano, come in tutto il mondo, alle balie.
Era un "lusso", quello del baliatico ("li nutrizze"),
che potevano permettersi solo le famiglie più agiate,
che pagavano le prestazioni con denaro o con alimenti per la
balia per tutto il periodo dell'allattamento. Se non vi erano
nutrici disponibili si alimentava il neonato con il latte dell'asina.
Il latte della balia era preferibile darlo ad un maschietto
se quella avesse partorito un maschietto, viceversa per la femminuccia.
Così pure era preferibile una balia di colorito bruno
anziché chiaro, ritenendo il latte della prima più
nutritivo.
Se la madre produceva poco latte si acquistavano in farmacia
"li pinnuli ti Sant'Anna", compresse costituite da
farmaci stimolanti l'eiezione del latte.
Per
tutto il periodo dell'allattamento le madri tenevano appesa
al collo una maglietta di S. agata, dal popolo ritenuta protettrice
delle purpere.
Per
favorire la produzione del latte materno si davano da mangiare
soprattutto patate lesse, pasta fatta in casa con formaggio
e poco scolata, brodo di carne o verdura in brodo(con preferenza
per i cavoli e le lattughe; queste ultime perché con
la sostanza lattiginosa che si produce al taglio del torsolo
richiamano alla produzione del latte.)
Nel brodo si era soliti cuocere anche un uovo, per le sue proprietà
energetiche, o del finocchio, da molti apprezzato quale disinfettante
intestinale.
Si consigliava poi di suggere il succo del fiore del tabacco,
e, soprattutto, di bere vino(d'annata), favorendo entrambi la
discesa del latte nei capezzoli("la rrinditura").
Il vino avrebbe dato anche il colorito roseo alla puerpera e
al neonato.
Tra le verdure consigliate, anzi spesso adoperate per far cessare
la lattazione, le cicorie "catalonghe" (che si riteneva
indurissero i dotti galattofori, tanto da dire"finucchiu,
forza di menne, cicora, latte no tenne"), le lenticche
ed altri legumi, il radicchio e le rape (quest'ultime ritenute
tossiche per il colore delle foglie). Non si dovevano mettere
a contatto delle mammrlle erbe aromatiche come la menta, né
il prezzemolo. Da evitare il profumo e le colonie, né
si doveva dormire restando supine.
Un altro divieto consisteva nell'astenersi dal consumare pesce
di piccole dimensioni (es. "pupiddhi") entro i primi
40 giorni dal parto: la trasgressione avrebbe potuto causare
un fastidioso ed antiestetico eczema del volto (lo stesso inconveniente
avrebbe però potuto verificarsi se la madre avesse tenuto
stesi i pannolini del piccolo dopo il tramonto ("la mesa
ti lu sole"). Ma il divieto di consumare pesce era anche
dovuto alla convinzione che la spina dorsale del bambino non
si sarebbe irrobustita proprio con la lisca del pesce, oltre
al pericolo che i visceri del neonato si sarebbero contorti
così come fa un pesce in acqua.
Nello svezzamento (indicato volg. col termine "stagghiare")
o in caso di controindicazioni all'allattamento (per es. tubercolosi,
ragadi, malformazioni, ecc.) si spruzzavano le mammelle con
profumi o con canfora (se invece questa fosse stata iniettata
avrebbe potuto far cessare completamente la lattazione). Si
era soliti pure ungere le mammelle con olio di oliva, lattice
di fico o peperoncino, fuliggine di caldaie, miele e sale, fasciandole
poi serratamente.
|