29.09.2001

REGIONALISMO E MULTILATERALISMO:
fenomeni paralleli o contrastanti?


di Bernadetta Marini

 

I tentativi da parte di un certo numero di paesi di liberalizzare parzialmente o totalmente il loro commercio, ma su base discriminatoria, ossia escludendo il resto del mondo (i paesi non membri), hanno una lunga tradizione.
L'integrazione regionale dell'Europa occidentale nel dopoguerra, è il tentativo più ambizioso finora realizzato. Il regionalismo commerciale ha continuato ad espandersi nel periodo susseguente alla seconda guerra mondiale, nonostante l'emergere di un sistema di relazioni commerciali ordinato su base multilaterale e basato sull'Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT), entrato in vigore nel 1947, che cercava di limitarne l'utilizzo da parte dei suoi membri. Secondo il Direttore Generale in carica, all'inizio del 1994 quasi tutti i 115 paesi (allora) membri del GATT era al tempo stesso membri di almeno un accordo commerciale regionale. Nella sua prima fase di espansione, che va pressappoco fino alla metà degli anni settanta, il regionalismo commerciale si è diffuso prima in America Latina e successivamente in Africa, con un'espansione del tipo nord-nord (in Europa) o sud-sud (nei paesi in via di sviluppo). Nonostante questa sua ampia diffusione in termini sia geografici che temporali, il regionalismo ha sempre coesistito con difficoltà con il multilateralismo commerciale. Da una parte gli accordi regionali di commercio, pur premessi dal GATT a certe condizioni (art. XXIV), sono stati sempre considerati come deroghe al principio della non discriminazione, cardine del nuove ordine commerciale post-bellico; dall'altro, le motivazioni che stanno alla base degli accordi regionali di commercio, soprattutto quelli contratti da nazioni aventi un certo peso nel commercio mondiale, sono sempre state considerate dai non membri almeno in parte come volte ad aumentare il potere contrattuale del gruppo, o "strategiche", come si usa dire, e quindi viste con sospetto. Ciò ha generato sia opposizione al regionalismo (da parte degli Stati Uniti almeno fino agli anni ottanta), sia emulazione dello stesso (soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo fino agli anni settanta e, più recentemente, anche da parte di numerosi paesi industrializzati non europei).
Durante l'Uruguay Round, l'ultima, per importanza, delle tornate negoziali del GATT, le politiche commerciali di paesi chiave come gli USA e il Canada sono cambiate abbastanza radicalmente in senso regionale (si pensi alla costituzione stessa del NAFTA - North America Free Trade Agreement); il regionalismo è sembrato avanzare in Europa con due successivi allargamenti della Comunità Europea e mediante gli accordi preferenziali con l'Europa dell'Est, conclusi dopo lo smembramento dell'Unione Sovietica e del COMECON, ed estendersi dall'America Latina (dove si è formato ex novo il Mercato Comune del Sud) all'Asia (dove si sono moltiplicati i tentativi di liberalizzazione commerciale su base regionale, a parte dalla vecchia Associazione del Sud Est asiatico (ASEAN), fino alle nuove iniziative in ambito del gruppo di cooperazione economica tra Asia e Pacifico (APEC)).
In questa seconda fase di espansione il regionalismo commerciale ha assunto un marcato carattere del tipo "nord-sud". Nel nord America infatti, gli Stati Uniti e il Canada hanno condiviso una vasta liberalizzazione del loro commercio e dei flussi di investimento con il Messico; in Asia, invece, le iniziative APEC hanno coinvolto anche il Giappone, Australia e Nuova Zelanda, oltre a molti paesi in via di sviluppo.
Nell'ambito dell'Uruguay Round la ricerca di un nuovo equilibrio tra quello che era il multilateralismo de iure e il regionalismo de facto praticato da molti membri del GATT, è stata oggetto di un certo impegno comune e ha assunto importanza come testi delle loro intenzioni di continuare o meno con l'ordine multilaterale esistente (opportunamente modificato e rinforzato), o di mutarlo invece in senso regionale. Quest'ultima possibilità, mai esplicitamente presa in considerazione durante i negoziati, è però stata sempre presente, almeno implicitamente, o come opzione nel caso di fallimento del Round e di sfaldamento del GATT, oppure come possibilità di costruzione di un ordine commerciale mondiale più efficiente e moderno di quello esistente. Più aperti dei negoziatori dei rispettivi paesi nel dibattito sulle possibili forme di un nuovo ordine commerciale mondiale, studiosi di tutto il mondo hanno considerato apertamente i pro e i contro di un ordine commerciale regionale, in alternativa o in aiuto a quello multilaterale, che sembrava a molti in declino o almeno incapace di adattarsi con la necessaria rapidità alle nuove realtà e i bisogni degli anni novanta.
Il regionalismo sembra oggi essere nuovamente in espansione anche se le condizioni di una sua compatibilità con l'ordine WTO non sono diventate più stringenti e definite dopo l'Uruguay Round di quanto lo fossero in precedenza sotto il GATT. Ciò nonostante, rimangono difficili da determinare ex ante le conseguenze della tendenza a un numero sempre maggiore di accordi regionali di commercio su base preferenziale.
Circa le conseguenze di benessere del regionalismo, la teoria economica è in grado di fornirci pochi orientamenti di tipo definitivo circa: la probabilità di un'ulteriore espansione del regionalismo; la sua compatibilità con il sistema commerciale multilaterale che esiste attualmente; la relazione tra regimi di commercio e benessere collettivo.
Il primo quesito, quello relativo alla continuazione della tendenza a stipulare accordi commerciali regionali, ha risposte che dipendono sia dalle caratteristiche dell'ambiente esterno, che prevarrà negli anni a venire, sia dal potenziale economico che si assegna all'integrazione regionale "nord-sud", senza dimenticare che anche i fattori politici esterni sistemici, come il grado di egemonia esercitato da una nazione o gruppo di nazioni nell'ordine politico-strategico internazionale, possono influenzare le risposte che si devono dare a tale quesito. Per quanto riguarda l'habitat generale, non vi è alcun dubbio che il cambiamento di posizione degli USA, da tradizionali "guardiani" dell'ordine commerciale multilaterale, a fautori aperti del regionalismo, abbia favorito la rinascita di questo fenomeno su scala mondiale durante quella che viene definita la sua seconda fase, ossia il regionalismo aperto. La politica commerciale americana, mai profondamente radicata nel multilateralismo, sembra aver ripreso la sua tradizionale dimensione bilateralistica espressa talvolta come nazione singola e talvolta dal blocco regionale nord americano, di cui gli USA sono la nazione guida. Le basi del multilateralismo americano e del passato sostegno del GATT, non sono mai state del tutto solide, nonostante il fatto che una posizione a favore dell'ordine commerciale multilaterale sia stata costantemente mantenuta dalle varie amministrazioni USA che si sono succedute dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ottanta. È bastato, infatti, che una di esse usasse la minaccia del regionalismo nel contesto dei negoziati dell'Uruguay round, probabilmente per dimostrare agli oppositori interni del GATT che potevano essere prese in considerazione anche politiche commerciali alternative, per far diventare strategica una deviazione che in origine era stata solo tattica.
Il bastone del regionalismo, quasi casualmente brandito, ha finito per colpire quasi più in profondità di quanto forse lo desiderasse chi lo impugnava. Così il Canada si è mostrato improvvisamente e sorprendentemente pronto a superare la sua tradizionale riluttanza a condividere la sorte (commerciale) del grande e ingombrante vicino Messico situato al sud. Inoltre anche lo stesso Messico, ha riscoperto quasi sorprendentemente che la sua collocazione economica (a prescindere da quella geografica) era saldamente nel nord America, cambiando così una posizione di ritroso nazionalismo economico e politico durato dalla rivoluzione americana in poi. Il regionalismo è divenuto in pochi anni un asse portante della politica commerciale USA, sostenuto da ambedue i maggiori partiti politici americani, anche se vi furono non poche difficoltà in Parlamento per la ratifica del NAFTA. L'opposizione a tale accordo tra USA, Canada e Messico non è infatti venuta dai liberoscambisti fautori del multilateralismo nei rapporti commerciali, ma da specifici settori interni i cui interessi erano minacciati dall'accordo. L'estensione del NAFTA ai paesi dell'America Latina e Centrale, talvolta presa in considerazione negli ambienti ufficiali e sottolineata per ragioni contingenti, non sembra per ora essere in vista.
L'integrazione "nord-sud", rappresenta una potenziale attrattiva per i paesi del sud per la complementarietà nelle dotazioni fattoriali e nelle strutture economiche, che potrebbe favorire il commercio inter-industriale. Questi paesi hanno difficoltà ad accedere ai mercati dei paesi industrializzati e accordi regionali di libero scambio potrebbero garantire quella crescita nelle quote di esportazioni che altrimenti sarebbe, probabilmente, negata. La certezza dell'accesso ad un dato mercato, comunque, sarebbe per il paesi in via di sviluppo, di dimensione economica medio-grande e fortemente orientati all'export. Per tali paesi la possibilità di diversificare prodotti esportati e mercati di esportazione assume infatti importanza notevole.
Oltre a questi argomenti a favore del regionalismo c'è da aggiungere che per ogni paese che desideri entrare a far parte di un gruppo regionale che già esiste, quando il mercato limitrofo più attraente è anche quello del partner regionale più importante, è probabile che il prezzo da pagare per ottenere un accesso privilegiato cresca all'aumentare del numero dei paesi in attesa di assicurarselo e al diminuire delle alternative esistenti per essi in campo commerciale.
La seconda questione riguarda la compatibilità della diffusione del regionalismo con il regime di commercio multilaterale imperniato prima sul GATT e ora sul WTO. Il quesito, in altre parole, è se si possa pensare che il regionalismo affretti il tramonto del sistema di commercio multilaterale che ha regolato le relazioni commerciali sin dal seconda guerra mondiale, e propiziato un'eccezionale espansione del commercio mondiale e, in caso affermativo, con quali conseguenze sul benessere mondiale.
A tale proposito le opinioni sono molte e influenzate dalla ideologia, dall'esperienza personale e dalla prospettiva storica di chi la esprime.
Secondo la visione ortodossa dei liberoscambisti, la compatibilità tra regionalismo e multilateralismo diventa difficile oltre un certo limite. Tale visione riconosce che non si tratta tanto di un problema di principi discordanti, quanto piuttosto di comportamenti contrastanti che sono indotti dalla coesistenza di queste tendenze. Le aspettative negative circa le compatibilità espresse da Wonnacott e Lutz ben rappresentano quelle intrattenute dalla maggior parte dei componenti di questo gruppo. Essi infatti hanno affermato che:
· gli accordi regionali tendono a diventare distorsivi del commercio (l'eccezione riguarderebbe l'Unione Europea ma in circostanze che difficilmente possono essere replicate);
· i gruppi regionali tendono a comportarsi come blocchi regionali man mano che si ingrandiscono, mettendo così in pericolo le relazioni commerciali internazionali;
· nelle circostanze migliori essi tendono a creare interessi acquisiti che vanno contro la liberalizzazione del commercio con i paesi terzi.
Nell'ambito di tale visione, vi sono anche autori che, in maniera più ottimistica pensano che la diversione dei flussi commerciali possa essere più che compensata dall'aumento della crescita che deriva dai vantaggi dinamici dell'integrazione regionale, o che la compatibilità tra regionalismo e multilateralismo si possa ottenere in pratica controbilanciando gli effetti statici negativi delle politiche commerciali discriminatorie presenti negli accordi regionali.
Di tutt'altro avviso sono i cosiddetti "ortodossi", i quali credono che gli accordi regionali possano essere complementari al WTO, aumentando così la credibilità degli impegni compatibili con essi, assunti dai membri.
Qualcun altro ancora, pensa che la strada del regionalismo possa costituire tranquillamente un'alternativa al WTO per raggiungere un commercio più libero.
Se si rimane invece del parere che il regionalismo ed il multilateralismo siano del tutto incompatibili (o difficilmente compatibili), il problema che si pone è quello delle conseguenza sul sistema commerciale multilaterale che possono derivare dal perdurare del regionalismo. In questo campo le risposte sono ancora più soggettive e speculative di quelle fornite nel caso della questione affine della compatibilità.
Prima della conclusione dell'Uruguay Round, lo scenario era quello di un GATT al tramonto sostituito da un sistema regionale tribolare, costituito da un blocco commerciale euroafricano incentrato sulla Comunità Europea, un blocco commerciale americano incentrato sugli Stati Uniti ed infine uno dell'Asia e del Pacifico imperniato sul Giappone e probabilmente anche sulla Cina, almeno in futuro. Un altro scenario catastrofico per il GATT e per il benessere globale, prefigurava la frammentazione del sistema commerciale mondiale in un gran numero di accordi bilaterali e regionali, sovrapposti l'uno all'altro. Dopo la conclusione dell'Uruguay Round, il problema della compatibilità tra regionalismo e multilateralismo assume una dimensione di medio-lungo periodo. La tendenza più recente è quella di sottolineare le possibilità di coesistenza tra regionalismo ed un ordine economico internazionale improntato al liberismo. Alcuni si spingono fino ad ipotizzare come, in determinate circostanze, la creazione o l'estensione dell'integrazione regionale possano essere parte del processo di liberalizzazione dell'economia internazionale. Le circostanze necessarie sarebbero che, innanzitutto, i blocchi regionali accettino di liberalizzare i loro regimi di commercio e i movimenti di capitali con il resto del mondo, ed inoltre è necessario che il commercio ed i movimenti di capitale siano soggetti a norme accettate invece che ad interventi coercitivi.
In altre parole, i blocchi commerciali dovrebbero comportarsi come gli attuali Stati nazionali membri del WTO: continuare il processo di liberalizzazione commerciale e restare parte di un ordine cooperativo basato su regole comuni. Sulle possibilità di un "regionalismo aperto" insiste anche l'attuale Ministro degli Esteri Renato Ruggiero (già primo Presidente del WTO), il quale asserisce che se le barriere interne al commercio tra membri di gruppi regionali fossero liberalizzate più o meno allo stesso tempo di quelle nei confronti del resto del mondo, vi sarebbe sia compatibilità tra regionalismo e WTO, sia la possibilità di convergenza dei due processi di liberalizzazione.
Il risultato finale sarebbe quello desiderato: un mercato globale libero e stabile.


   
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