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20.07.2001
LA GLOBALIZZAZIONE E IL POPOLO DI SEATTLE
di
Bernadetta Marini
La
globalizzazione è un fenomeno sempre più attuale
soprattutto se riferito all'età moderna, caratterizzata
da una continua tendenza a superare i limiti imposti dalle aree
geografiche.
Come fenomeno economico si è manifestata attraverso l'integrazione
di economie nazionali verso una economia globale nella quale
i capitali finanziari circolano facilmente tra i paesi, e le
imprese multinazionali controllano un incredibile potere economico.
La globalizzazione è sia la causa che la conseguenza
della società dell'informazione. E' guidata da tutte
le evoluzioni nel campo delle telecomunicazioni, dalle innovazioni
informatiche e dalla diffusione delle comunicazioni elettroniche
come Internet, senza dimenticare che queste nuove tecnologie
applicate al campo delle comunicazioni hanno contribuito a ridurre
le barriere causate dalla distanza fisica.
L'integrazione globale va di pari passo con l'ascesa del neo-liberalismo,
corrente di pensiero che riconosce allo Stato esclusivamente
il ruolo di custode dell'ordine pubblico e che ritiene il mercato
in grado di autoregolamentarsi. La globalizzazione, quindi,
impone la progressiva riduzione dell'intervento statale nell'economia.
La parola d'ordine è: "Meno Stato, più mercato".
Ma se gli Stati abdicano al loro ruolo, potrà questo
potere essere gestito dalle istituzioni economiche internazionali
come il FMI o la Banca Mondiale? Questa domanda, lecita per
quanto sia, rischia di non avere risposta soprattutto perché
bisognerebbe innanzitutto interrogarsi sulla capacità
di queste due istituzioni di governare un sistema economico
internazionale sempre più incontrollabile.
In poco più di un decennio la forza del Mercato Globale
si è fatta sentire imponendo regole necessarie sia per
la sua sopravvivenza che per la sua evoluzione. In realtà
ciò è avvenuto perché quello del mercato
globale non è solo un fenomeno economico, ma presenta
anche caratteristiche politiche. Tutto ciò che i marxisti
sostenevano 100 anni fa e che allora era del tutto sbagliato,
oggi è realtà.
Nell'era della globalizzazione e del consumismo si insegna a
consumare, ma la maggioranza degli uomini non ha i mezzi per
farlo; si lavora per lo sviluppo ma le migliori condizioni per
le imprese coincidono con le peggiori condizioni per la vita,
i salari e la salute di chi lavora; si abbattono le frontiere
e si inneggia alla libertà ma le fabbriche spariscono,
per magia, fuggendo nei Paesi poveri o in quelli con condizioni
fiscali più favorevoli.
La reazione scaturita durante il cosiddetto Millennium Round
del WTO tenutosi a Seattle nel 1999 dimostra i limiti e la fragilità
di un colosso dai piedi d'argilla, la vulnerabilità di
un "Sistema-Mondializzato" che deve assumersi le proprie
responsabilità innanzi al malcontento e alla disperazione
degli Stati del Terzo Mondo.
La divaricazione fra Paesi ricchi e Paesi poveri non fa che
allargarsi ed anche all'interno degli stessi Paesi industrializzati
chi è ricco si arricchisce sempre di più e chi
è povero si impoverisce sempre di più.
La globalizzazione è un processo inarrestabile e, come
tale, non può essere azzerata; bisogna piuttosto cercare
di comprendere quali potrebbero essere le regole da rispettare
nel villaggio globale.
Di fronte a questo oramai inevitabile processo sembra che non
ci siano alternative: le disuguaglianze aumentano, i diritti
si restringono, la crisi ambientale è incombente
è questo il discorso dominante che i media quotidianamente
ci somministrano, descrivendo l'economia globale come l'unico
orizzonte possibile.
Nel lungo percorso verso il terzo millennio sono stati proclamati
e sanciti i diritti inalienabili della persona, le forme di
tutela dell'ambiente, le condizioni per un modello di sviluppo
umano e sostenibile, le regole della convivenza pacifica tra
popoli diversi.
Se questi principi fossero applicati e questi valori rispettati,
la pace, lo sviluppo, la giustizia, i diritti umani, la salvaguardia
del creato sarebbero una realtà e non obiettivi lontani.
Qualcosa però non funziona negli ingranaggi dell'economia
se la ricchezza di pochi cresce a dismisura, mentre diventa
sempre più crudele la povertà della maggioranza
degli abitanti del pianeta.
Tutti i popoli del mondo hanno una sfida comune: esigere dai
propri Governi l'adempimento delle Convenzioni, delle Dichiarazioni,
dei Piani di Azione che proprio nell'ultimo decennio del secolo
XX hanno delineato un nuovo modello sociale ed economico, nazionale
e internazionale, in cui tutti i cittadini devono avere le stesse
opportunità.
Per vincere questa sfida bisogna muoversi su molti fronti: se
le imprese globali stanno sempre più collaborando per
perseguire il loro programma di sviluppo, anche la gente comune
deve muoversi sulla stessa strada, quella della cooperazione
tra organizzazioni popolari, movimenti, associazioni di nazioni
diverse per giungere alla definizione di una Globalizzazione
che venga dal basso, dal popolo cioè.
L'azione internazionale dei cittadini, dovrebbe rappresentare
il fattore decisivo per affrontare i problemi della globalizzazione
ribaltando la situazione da un punto di vista strettamente economico
ad uno solidale.
Nella favola di J. Swift "I viaggi di Gulliver", i
minuscoli lillipuziani catturano Gulliver, molto più
grande di loro, legandolo con centinaia di fili: Gulliver avrebbe
potuto schiacciarli sotto il tacco ma la fitta RETE lo immobilizzava
e lo rendeva impotente.
Allo stesso modo le singole persone possono utilizzare le fonti
di potere cui hanno accesso unendole fra loro e tessendo, insieme,
una rete in grado di immobilizzare i giganti della globalizzazione
economica.
In un certo senso questa strategia è speculare a quella
delle imprese multinazionali che creano reti di produzione mondiali
fra imprese diverse: le reti lillipuziane si organizzano in
base all'aiuto reciproco, cercando di proteggere gli interessi
di coloro che sono minacciati dalla globalizzazione. È
importante capire che l'interesse collettivo coincide con il
proprio interesse personale.
Ecco perchè i gruppi di base, le organizzazioni non governative,
i sindacati, le singole persone uniscono le loro forze per esercitare
pressioni sempre più resistenti sui governi, sui parlamenti
nazionali o sovranazionali e sulle istituzioni internazionali
affinché siano approvate leggi, regolamenti e direttive
che mettano al primo posto i diritti delle persone, dei poveri
e della natura e solo dopo gli interessi economici.
Un'idea pericolosa si va diffondendo. È l'idea che i
contestatori della cosiddetta "globalizzazione" abbiano
più ragioni che torti nel criminalizzarla e nell'imputarle
tutti i mali de mondo. Ci sono buoni motivi per sostenere che
il "fine" del movimento antiglobalizzazione sia condivisibile.
Basta vedere quante persone si sono messe in movimento per "dare
una mano" ai contestatori del prossimo G8.
Il popolo di Seattle crede che il potere di vita e di morte
sui destini del mondo sia nelle mani di un pugno di multinazionali
e che la globalizzazione accrescerà la povertà.
Nessuno di loro è sfiorato dal dubbio che queste siano
falsità. Nessuno di loro è disposto a prendere
in considerazione il fatto, ampiamente documentato, che, lungi
dall'accrescere la povertà, l'apertura dei mercati abbia,
nell'ultimo decennio, contribuito potentemente a ridurla.
Ciò nonostante il conflitto fra i fautori della società
aperta e i fautori della società chiusa, tra quelli che
pensano che il commercio senza barriere e restrizioni porti,
col tempo, benessere e libertà a tutti coloro che vi
vengono coinvolti, e quelli che lo intendono solo come una forma
di sfruttamento e di oppressione esiste, e si fa anche temere.
Non dimentichiamo che nel ventesimo secolo, ci sono stati due
grandi tentativi volti a debellare la società aperta
verso una società chiusa: il totalitarismo nazista e
quello sovietico-comunista, e tutti hanno potuto constatare
quali orrori ne siano scaturiti.
Ciò nonostante non tutti i fautori della società
chiusa hanno imparato la lezione ed eccoli adesso al seguito
del "popolo di Seattle".
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