LA POESIA NELL'ANTICA GRECIA
16.12.2001
LA POESIA
NELL'ANTICA GRECIA
E ALDA LA ROSSA
di
Augusto Benemeglio
Qualche
anno fa, al Sant'Angelo di Gallipoli, in occasione della consegna della targa
d'argento "L'uomo e il Mare" ad Angela Buttiglione (profeta in patria) per meriti
culturali, era presente una sua cara amica giornalista Rai, allora tenuta in
panchina, Alda D'Eusanio detta "La Rossa", che ora sta andando fortissimo in
uno dei tanti programmi d'intrattenimento pomeridiano scopiazzati dalla Signora
Maria De Filippi in Costanzo, che a sua volta li aveva scopiazzati dalle televisioni
americane.
Bene,
la signora D'Eusanio, donna affascinante e di grande spirito, alla fine della
manifestazione legata al Concorso di Poesia in Vernacolo Salentino "Luigi Sansò",
che aveva visto anche la rappresentazione teatrale di un mio atto unico, "I
Naufraghi", si soffermò a parlare con qualcuno di noi e disse: "Credetemi se
vi dico che sono davvero meravigliata. Questo è un paese in cui tutti fanno
poesia, tutti parlano di poesia, qui la poesia è come il bere, il mangiare,
l'andare a dormire, il fare l'amore. Sono affascinata e sbalordita, ma ditemi:
forse qui non siamo più in Italia?" La sua domanda poteva sembrare anche sibillina,
tenuto conto che poco prima aveva detto alla sua amica Angela di non aver capito
praticamente nulla delle poesie dialettali e della commedia, in cui il personaggio
principale recitava in dialetto gallipolino, e tuttavia c'era nelle sue parole
un ché di stupore e di sincera ammirazione.
In
effetti la D'Eusanio non era andata poi così lontana dalla verità, se consideriamo
che la popolazione salentina discende in gran parte dai Greci e ci sono tuttora
sacche in cui si parla il grecanico. Questa è "Magna Grecia" e la gente ha inscritto
nel suo DNA, nella sua memoria atavica la grande poesia popolare greca, quella
degli aedi, quella di Omero per intenderci ed ecco del perché tutti si sentono
un po' poeti, anche quando sarebbe meglio che facessero altre cose.
Ma
com'era questa poesia greca di cui tanto si favoleggia?
Ce
la spiega Odisseo, quando descrive ad Alcinoo, re dei Feaci, la gioia che colma
gli invitati mentre odono i cantori, e le sale sono piene di pane e di carni,
e il coppiere attinge il vino nel cratere e lo versa nelle coppe. "Questo mi
sembra nell'animo una cosa bellissima", dice Ulisse.
La
gioia che suscitava la poesia omerica nasceva dalla pienezza dell'essere, era
per l'appunto un piacere corporeo, come quello del cibo, dell'amore, del bagno,
della danza; un piacere che impegnava tutto l'animo e il cuore. Come in nessun'altra
tradizione occidentale, la poesia era gioia, ma i greci sapevano come fosse
tragica la gioia nel mondo luminoso di Apollo. Perché la cetra che dà gioia
è lo stesso strumento dell'arco che dà la morte. Quindi il poeta era un arciere:
la sua canzone una freccia che non sbagliava mai la meta; e la corda dell'arco
vibrava come le corde della cetra. La poesia era allora tutto, una forma di
spettacolo completo: musica, danza e teatro. C'erano i cantori, con le lire
e le cetre, c'erano i danzatori che si esibivano per ore, mentre gli ascoltatori
consumavano il loro banchetto. Ora noi in quella serata, che rimarrà legata
alle presenze di Angela Buttiglione e Alda "la Rossa", non abbiamo fatto certamente
un revival della poesia greca antica, né nulla di straordinario e memorabile,
ma gli ingredienti (poesia, musica, danza, teatro, atmosfera) c'erano tutti
e sono stati quelli che forse hanno stimolato l'immaginazione di una "forestiera"
sensibile come Alda D'Eusanio, che con il suo linguaggio talora in colorito
romanesco, si è soffermata divertita a fare i complimenti ai poeti dialettali
e agli attori della piece, firmando molti autografi. È stata gentile, Alda "la
Rossa", anche perché è venuta a Gallipoli per il solo piacere di stare con un'amica
e fare conoscenza di una città e di una terra che non aveva mai visto prima.
Alda non ha ricevuto alcun premio, né ha avuto prebende di qualsiasi genere,
neanche indirettamente. Del resto il nostro non era il Premio Balocco e lei
non è la Sofia Loren, che per la sua comparsata ha intascato il modico assegno
di 400 milioni di svalutate lirette, quasi gli stessi quattrini che ci son voluti
ad erigere una sorta di ridicola Torre Eiffel per l'ultimo giorno del millennio.
Fatta
questa rievocazione che vuole essere anche un atto di speranza e fede perché
la poesia possa tornare ad avere quel significato gioioso di una volta, vorrei
spendere altre due parole sulla poesia dialettale, una poesia che è stata per
secoli sinonimo di comico, burlesco o grottesco e che non ha avuto una propria
dignità dal profondo, ma gliela hanno conferita grandissimi poeti borghesi quali
il Porta, il Belli, il Tessa, che erano dei grandi reazionari che, come dice
Cattaneo, si finsero plebe per affilare coll'acerbità popolare l'ottusa verità.
Questi signori regredivano a livello di servi, prestando loro con sapiente mimetismo
la parola di cui erano storicamente deprivati, per esprimere più liberamente
ed efficacemente il proprio pensiero. Hanno "registrato" il linguaggio del mondo
popolare, il suo fervido disordine pulsionale, lasciandolo però chiuso nel loro
ghetto.
Ora
le cose sono cambiate. I poeti dialettali, grazie alla scuola e all'istruzione,
sono divenuti soggetti di storia, protagonisti della loro storia e rivendicano
il loro diritto di partecipare alla cultura egemone; anzi, ora che la lingua
italiana è arrivata ad un porto sepolto, ad una via senza uscita né ritorno,
i poeti dialettali si propongono come modello di integrità linguistica e antropologica,
dicono che lo strumento dialettale è una musica alta che si può realizzare con
strumenti etnografici, che è la vera lingua viva, lingua autobiografica, lingua
del profondo, che risale verso gli idiomi dei padri e dei nonni, che ha più
spessore e valenza, perché è incontaminata, integra, fedele alle proprie origini.
Questo processo è già avvenuto al Nord, qui al Sud, e in specie nel Salento
invece si stenta a decollare, anche se non mancano tenaci e valorosi studiosi
come Donato Valli e poeti di assoluto rispetto come Nicola G. De Donno. Anche
in questo senso segniamo un ritardo di una ventina d'anni. Speriamo che a partire
magari da …ora ci si possa avviare su una strada sicura, che è importante per
il futuro della poesia, ma anche per il pieno recupero dell'identità di un popolo;
una strada che, chissà, magari ci riporterà, passettino su passettino, alla
gioiosità della poesia omerica? E allora inviteremo di nuovo Alda "la Rossa",
ma stavolta, temo, non verrà più solo per diporto.