|
30.06.2001
Italiani,
popolo di eroi, santi, navigatori e piromani
di
Massimo Vaglio
Ebbene
si, fra i tanti primati positivi e i tanti cosiddetti vizi nazionali
vi è anche questa odiosissima, criminale vocazione. Le
cifre parlano chiaro e attestano inequivocabilmente la nostra
nazione quale la più colpita, in termini assoluti dagli
incendi boschivi fra tutti gli stati europei. Questo vuol dire
che ogni anno in Italia vanno a fuoco molti più ettari
di vegetazione di quanti ne vanno a fuoco in paesi molto più
estesi, quali la Francia e la Spagna. Se poi consideriamo che
in quanto a patrimonio boschivo l'Italia si classifica a uno
degli ultimi posti in Europa, possiamo capire quanto il problema
sia serio, non a caso il nostro è anche il paese più
disastrato d'Europa dal punto di vista idrogeologico. Se vogliamo
ancora di più contestualizzare il problema ci accorgiamo
che se l'Italia in quanto a superficie boscata si attesta fra
gli ultimi posti in Europa, la Puglia a sua volta si attesta
all'ultimo posto in Italia, e la nostra provincia al penultimo
posto della classifica nazionale preceduta guarda caso dalla
provincia di Brindisi. Antica la vocazione alla distruzione
dei boschi da parte dei pugliesi, non è un aneddoto,
un antico adagio pugliese recitava pressappoco così:
"l'albero è il peggior nemico dell'uomo". Ciò
alla luce dell'epoca era addirittura giustificabile considerata
l'atavica fame di terra di questo popolo di formiche che è
riuscito nei secoli ad addomesticare milioni di olivi selvatici
presenti nelle impenetrabili foreste climax creando centinaia
di migliaia di ettari di oliveti che hanno permesso una sua
povera, ma dignitosa sopravvivenza. Oggi le cose sono radicalmente
cambiate, le terre sono in esubero rispetto alla forza lavoro
impegnata nel settore primario e anche molte produzioni agricole
sono eccedenti, tanto che la Comunità Europea finanzia
la messa a riposo dei terreni (set aside) oppure incentiva con
premi la semina di colture estensive quali colza e girasole.
Queste misure, qui nel Salento, lungi dall'arrecare gli auspicati
benefici ambientali si sono trasformate in una vera e propria
iattura per gli ultimi sopravvissuti lembi di gariga e macchia
mediterranea (assimilati per legge alle aree boscate) che sono
stati prima incendiati e poi arati per poterli fare risultare
terre coltivabili messe a riposo oppure per investirli nelle
sopra citate colture. Grazie a questa politica agricola a dir
poco miope, solo nel territorio di Nardò nell'ultimo
decennio varie centinaia di ettari di macchia mediterranea sono
andati irrimediabilmente perduti. Il problema dei roghi estivi
è comunque più ampio e complesso e tutta una serie
di concause contribuiscono ad aggravarlo, ad esempio la peraltro
vietata pratica della bruciatura delle stoppie dei cereali,
oltre ad essere agronomicamente dannosa, in quanto riduce progressivamente
la dote di sostanza organica presente nel terreno diminuendo
al contempo la ritenzione idrica dello stesso, è oltremodo
pericolosa, in quanto da lì partono focolai che spesso
si propagano ad altre colture ed aree boscate. Lo stesso dicasi
per la mai risolta questione dei teli di polietilene adoperati
nella forzatura delle colture estive sotto tunnel e in serra
che grazie all'assenza di controlli vengono ancora smaltiti
illegalmente mediante venefici e pericolosi roghi. Se il nostro
San Gregorio, seppur imbragato e con la tiara vibilmente arruginita,
dall'alto del sedile ha sinora protetto con successo il nostro
amatissimo Porto Selvaggio, coadiuvato in questa ardua impresa
da un sempre più ridotto manipolo di operai forestali,
il suo braccio miracoloso poco ha potuto contro la patologica
volontà del "bipede implume di Terra d'Otranto",come
lo definirebbe il grande Cosimo De Giorgi, nel distruggere le
ultime macchie, le garighe, le siepi e gli ultimi lembi di vegetazione
retrodunale e palustre, ultime arche di sopravvivenza per una
sempre più ridotta, ma quanto mai strumentalizzata biodiversità.
Spesso dietro a questi incendi vi sono intenti speculativi,
altre volte motivi banalissimi quali la volontà di liberarare
un campo dalle stoppie per poter cavare più agevolmente
le chiocciole, per paura dei rettili, o per scacciare le zanzare.
Inutile ribadire i gravi danni economici e sociali diretti e
indiretti che questi incendi provocano ogni anno, di solo pochi
giorni fa il maxitamponamento sulla Maglie-Leuca che, provocato
da un incendio della banchina stradale, ha causato la morte
di due giovani vite innocenti. I pericoli di questo genere crescono
ogni giorno di più; sino a qualche anno addietro intorno
alle città insisteva un anello di vigneti e orti suburbani
ben coltivati che le proteggevano di fatto dal pericolo degli
incendi. Oggi, nella desolazione e il degrado, di sterpaglie
e discariche incontrollate che contraddistinguono le nostre
periferie questo pericolo è quanto mai reale. Cosa fare?
Innanzi tutto una serie di serie campagne di sensibilizzazione
che coinvolgano le scuole e non solo, al contempo occorre una
reale presa di coscienza ed una reale volontà politica
a redimere il problema. Le leggi ci sarebbero tutte per perseguire
chi sbaglia come quella severissima sull' incendio doloso (art.
423, 425, 449 del C.P.) oppure quella che congela ogni attività
umana su di un terreno percorso dalle fiamme. Infatti tutti
i sindaci per una legge dello stato mirabilmente ignorata, dovrebbero
censire tutte le aree di interesse ambientale e paesaggistico
o comunque tutelate che vengono percorse dalle fiamme nell'anno
e farne comunicazione al prefetto che dovrebbe disporre con
apposito decreto un'ordinanza con la quale sui siti in oggetto
dovrebbero essere interdetti il transito, la caccia, il pascolo,
ogni attività agricola, oltre naturalmente ogni altra
speculazione edilizia per un periodo minimo di cinque anni e
comunque sino al completo ripristino ambientale del sito. Quindi
per il momento siamo intorno all'anno zero.
Massimo
Vaglio
Responsabile Prov.le dell'Ass. Naz. Rangers d'Italia - Nardò
|