05.06.2001

SOGNO DI UNA MATTINA DI MEZZO INVERNO

di Daniela Guglielmi

Non so se capita anche ad altri della mia generazione di quarantenni di pensare che mancheremo per una manciata di anni tutte le facilitazioni della vita che la tecnologia renderà possibile. Così mi secca terribilmente l'idea di continuare a svolgere il mio lavoro di insegnante fino alla pensione in modo così primitivo.
Penso a mio figlio e a tutti i nostri ragazzi che si alzano la mattina d'inverno, strappandosi al loro letto caldo per affrontare la faticaccia quotidiana di lavarsi, vestirsi, fare colazione, destreggiarsi in macchina o col motorino nel traffico caotico delle otto, magari col sovrappiù di pioggia, freddo, vento di tramontana e questo, giusto per arrivare nel luogo socialmente deputato alla creazione e trasmissione della cultura: la scuola.
Per essere onesta, le mie preoccupazioni non scaturiscono soltanto da materna ed amorevole sollecitudine verso i miei giovani discepoli/figli, ma anche da una più egoistica insofferenza nei confronti della mia pesante ed annosa routine di insegnante trasfertista. E così, mentre il semaforo lontano mi offre per la seconda volta un verde irraggiungibile, mi immagino/ci immagino a casa, al caldo, mentre ci alziamo con comodo, ci riuniamo pigramente attorno al tavolo per una colazione come Diocomanda, dopodiché, con addosso i nostri confortevoli abiti casalinghi, nel tepore da venti gradi del termosifone, prendiamo posto di fronte al nostro terminale (uno per ogni membro della famiglia) da dove invieremo/riceveremo le nostre lezioni, i nostri compiti, le nostre verifiche, i nostri voti.
Certo, forse ci mancherà il contatto umano, penso, mentre il mio vicino di macchina alza poco educatamente l'indice e il mignolo dal pugno chiuso all'indirizzo di quello di dietro, però, che bello!


 
   
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